Interventi

8 Gennaio 2014

Dopo un raccolto ne viene un altro

Dopo un raccolto ne viene un altro

Gattatico, 28 dicembre 2013 – Commemorazione 70esimo uccisione dei sette fratelli Cervi

Intervento di Simonetta Saliera

Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna

Buongiorno a tutti,

ringrazio gli organizzatori di questa giornata per l’invito rivolto alla Regione Emilia-Romagna ad essere qui oggi con voi per commemorare una delle pagini più importanti della storia della nostra storia. Una pagina che parla del sacrificio di una famiglia che ebbe il coraggio di scegliere, ebbe il coraggio di non girarsi dall’altra parte quando il nostro Paese doveva lottare per la libertà e la democrazia. A Reggio Emilia, luglio 1960, come in tante altre città, i cittadini di fede democratica e di sinistra scendono in piazza per dire no alla svolta a destra teorizzata dal presidente del Consiglio dei ministri Fernando Tambroni e da una parte del suo partito, la Dc, con la benedizione della grande industria e di parte del Vaticano.

In quel caldo luglio del 1960 ci furono morti, fra cui molti giovani barbaramente assassinati dalle cariche della celere. Nell’immaginario collettivo fu chiaro: a Reggio Emilia di nuovo come nei tempi del passato. Sì, quella seconda generazione di martiri antifascisti della vostra città fu subito associata al ricordo dei sette fratelli figli di Alcide Cervi. Ci fu un passaggio di testimone tra generazioni: nel 1960 come negli anni della Resistenza, il sacrificio dei martiri non fu vano: la democrazia, fu salva, la Repubblica mantenne la sua Costituzione. A salvare libertà, democrazia e giustizia sociale era stata la stessa forza che le aveva costruite: quel popolo sovrano a cui, nei limiti e nelle forme previste dalla Costituzione, la Repubblica assegna la sovranità. Ho voluto partire dal luglio del 1960 e dalla nuova Resistenza a Tambroni per ricordare ancora di più come la memoria della famiglia Cervi sia stata forte e sia nel dna della storia della nostra democrazia. Alcide Cervi e i suoi sette figli (loro che erano semplici contadini) seppero scegliere. E non sbagliarono, dimostrarono che la dignità non è questione di classe sociale. Sapevano che ci sono valori che per nessun motivo possono essere traditi: il rispetto della persona, le libertà individuali, la pace tra i popoli, l’eguaglianza sociale e la costruzione di un futuro comune. Papà Cervi non si lasciò annientare dal dolore della morte dei suoi sette figli e perpetuò i valori dela sua famiglia nella speranza come lui ebbe a dire che “dopo un raccolto ne viene un altro”. E la democrazia è un campo che va sempre dissodato e coltivato. Infatti, la nostra democrazia è sancita da una Costituzione che non poteva dimenticare i milioni di morti, il rivolgimento radicale del mondo, il tramonto delle grandi culture europee, le deportazioni, il razzismo, lo sterminio di massa, la necessità e l’aspirazione di nuove forme di solidarietà e la messa al bando della guerra. Una Costituzione che afferma l’Italia essere una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Dire che la Costituzione nasce dalla Resistenza non è un espediente retorico, né una frase fatta, ma il semplice riconoscimento della realtà. Così come è il semplice riconoscimento della realtà ricordare come il movimento di Liberazione ebbe un carattere corale e si alleò a quell’unione mondiale di forze che sconfisse definitivamente il nazismo e portò l’Italia a vivere con pieno diritto nell’epoca del dopo Auschwitz, del dopo Dachau, del dopo Fossoli. Se l’Italia non è diventata, in quegli anni, una Jugoslavia, se non ha vissuto un dopoguerra lacerante come la Grecia, se non fu smembrata come la Germania, se non subì governi militari di occupazione come il Giappone, se ha potuto scegliersi lo Stato Repubblicano e la sua Carta Costituzionale anziché vedersela imporre come il Giappone e la stessa Germania dei Lander, ci sarà pur stato un motivo, una ragione storica che ha consentito il suo realizzarsi. Quasi quasi non ci si ricorda nemmeno più che questo sia avvenuto.
Il motivo è rappresentato dalla ricompensa dovuta a quel popolo che, fra angosce, paure, contraddizioni, trovò il coraggio di intraprendere la lotta per la propria Liberazione, per l’affermazione del diritto, per la ritrovata speranza del prevalere della responsabilità, della saggezza, della giustizia, della politica fondata sull’etica pubblica e sulla moralità privata sia essa laica che religiosa. La memoria e l’oblio non sono termini neutrali. Rappresentano campi di contrasto in cui si decide, si configura e si legittima la propria identità e ciò vale in particolar modo per quella collettiva.

Per questo

NOI VOGLIAMO RICORDARE

C’è stato chi ha combattuto per la libertà. C’è stato chi ha combattuto per la dittatura.

C’è stato chi ha combattuto per la giustizia. C’è stato chi ha combattuto per i campi di sterminio Ciò che avvenne dal 25 luglio all’8 settembre del 1943 ne fu un discrimine decisivo. Di fronte alla dissoluzione del fascismo, un re balbettante destituì e fece arrestare il Capo del Governo Mussolini. Nominò al suo posto il maresciallo Badoglio. In quei 45 giorni pieni di ambiguità e indecisione si consentì alle armate tedesche di varcare i passi alpini ed occupare tutto il nostro Paese. Hitler liberò Mussolini e lo insediò a capo della Repubblica di Salò. Il re abbandonò Roma per rifugiarsi a Pescara. L’Italia si divise profondamente, fisicamente e politicamente: un re, un primo ministro di nomina reale, un capo di stato di nomina hitleriana, l’esercito alleato che sbarcava in Sicilia e che cominciava la lunga guerra di risalita della nostra Penisola. In quel frangente furono in molti a dover decidere con chi stare, cittadini e militari. Per i militari che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò e al fascismo, ci fu la deportazione nei campi di concentramento tedeschi, ci fu la morte immediata in combattimento o per fucilazione come per la Divisione Acqui di Cefalonia ci fu la fuga ed il reclutamento fra i gruppi partigiani storici che già operavano. Infine, ci fu per altri l’arruolamento nel Corpo Italiano di Liberazione aggregato alle forze mondiali alleate contro il nazifascismo. Badoglio in quel momento era il legittimo e legale rappresentante dello Stato Italiano, seppur di nomina sabauda non certo neutrale verso il ventennio fascista.

Senza odio, né rancore per

QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

senza creazione di miti, senza demagogia, senza sollecitazioni epidermiche, senza umiliazioni.

Ricordare è un modo per reagire alla più pericolosa delle tendenze: quella che rimuove e nasconde la realtà. Quella che sottovaluta il pericolo della dispersione, voluta e progettata, di tanti piccoli semi di senape nei campi non coltivati dalla cultura democratica.

Il ricordo non si limita a dare ragione ai valori della lotta partigiana.

Per evitare la ripetizione di autentiche paure, per evitare il riprodursi di uno sciagurato passato che la storia ha già giudicato in tutte le sue pieghe, è necessario, è indispensabile questo continuo ritorno della memoria, questo continuo viaggio della mente e della ragione fra passato e presente, fra passato remoto e futuro imminente. Il passato è sempre con noi, la sua sorte dipende dalla decisione del presente di rimuoverlo o di assumerlo. Se la memoria individuale, sociale, collettiva non cucisse instancabilmente la successione degli avvenimenti, gli episodi della nostra vita e delle nostre genti ci apparirebbero sempre come fatti nuovi, come spettacoli mai visti, come apparizioni senza alcuna relazione fra loro, come idee mai prima sentite. La mancanza di memoria cancella ogni possibilità di orizzonte, toglie il fondamento dell’attualità della nostra vita e rende possibili inammissibili affermazioni come quelle che vogliono dare fondamenta nuove ad un presente che pare non averne più di proprie. Questo tentativo mi sembra sprezzante, inammissibile e politicamente primordiale. Il Paese ha vissuto cambiamenti senza precedenti nella sua struttura ed è salito nel novero ristretto delle nazioni più industrializzate. Da Paese di emigranti in cerca di lavoro ed in fuga dalla povertà siamo diventati porto di arrivo di immigrati che scappano da miserie secolari, da guerre, da dittature. La crisi mondiale di questi ultimi cinque anni ha messo il Paese in ginocchio sul piano sociale e occupazionale. È risorto il fenomeno populista dell’800 accompagnato da movimento di destra molto simili al fascismo. Fino ad oggi, il vaccino antiautoritario contenuto nella Costituzione ha sempre aiutato le Istituzioni a mantenersi salde e unite nell’impegno di salvaguardare - la democrazia - la libertà e il futuro del Paese - e la speranza, comunque, di riuscire a migliorarsi ed impedire lo sgretolamento dell’identità comunitaria.

PER QUESTO VOGLIAMO RICORDARE

Perché negli ultimi anni stiamo assistendo ad un progressivo avvelenamento dei rapporti sociali, ad un diffuso attacco al mondo dei diritti della persona e alla dignità del lavoro, all’aumento esagerato della diseguaglianza economica fra ricchi e poveri, dove la ricchezza è diventata intoccabile come nella società del medioevo.

Tanto è vero che:

Assistiamo quotidianamente all’affermarsi di comportamenti che non cercano la qualità della convivenza, ma la oltraggiano fino a metter in discussione la stessa democrazia. Sono anni in cui molti italiani si sentono autorizzati e incoraggiati a far uso di espressioni violente, volgari, offensive dell’altro, a disprezzare qualsiasi regola a concedere spazi alla corruzione e al discredito delle Istituzioni.

Non ci si ascolta più, ma ci si urla contro sopraffacendo con il dileggio, gli schiamazzi e le grida, la sostanza della riflessione e dei ragionamenti. Sono tutti atteggiamenti che erodono lentamente le basi del civile vivere comune.

NOI NON DIMENTICHIAMO che questo è già avvenuto nella nostra storia.

PER NON DIMENTICARE Vogliamo ricordare il debito di onore di sangue, di civiltà, di riconoscenza che dobbiamo alla Lotta di Liberazione:

- per lo Stato Repubblicano che ha contribuito a fondare

- per la società libera che ha consegnato alle nostre generazioni

- per i principi di giustizia e di equità sociale che ci ha trasmesso

- per l’affermazione che in politica non deve mai prevalere l’odio per l’avversario

- per l’insegnamento che a ogni generazione spetta la propria fatica.

Tocca a noi, oggi, riscattare

- il senso alto e l’idealità della politica;

- l’etica democratica della nostra Costituzione;

- i valori morali a cui ci si deve ispirare nella gestione della cosa pubblica;

- il prevalere della cultura sulla forza - la dignità della vita di ogni persona

- tocca a noi condannare chi mette in discussione l’eroismo di quei giovani che oggi si vogliono dileggiare con atti vandalici.

Non mi nascondo dietro un dito, so che viviamo momenti difficili per la credibilità del ceto politico ed abbiamo dinnanzi a noi esempi di immoralità non tollerabili. È per questo che non dimentichiamo i valori impersonati dai fratelli Cervi e dal Movimento di Liberazione Nazionale. Desidero concludere con un attualissimo e profondo ringraziamento per tutti coloro che hanno avuto la forza, il coraggio, la disperazione d’intraprendere la lotta partigiana e la guerra di Liberazione. E grazie per il lavoro inestimabile degli Enti ed Istituzioni di ricerca, depositari della storia e promotori di importanti valori etici.

Grazie.

 

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