Interventi

12 Febbraio 2016

Confini di sangue

Confini di sangue 12 febbraio 2016 – Saluto a iniziativa realizzata dall’Assemblea insieme alle scuole di Modena e di Parma in occasione del “Giorno del Ricordo” Intervento di Simonetta Saliera Presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna

Buongiorno a tutti, per aver accettato l’invito dell’Assemblea legislativa regionale di celebrare insieme il Giorno del Ricordo 2016. Un particolare e commosso ringraziamento va agli insegnanti degli Istituti superiori di Modena e di Parma, come ai dirigenti degli Istituti Storici. La loro collaborazione ha consentito che questa giornata vedesse protagonisti i giovani, gli studenti attraverso l’esperienza maturata nei luoghi dove i fatti sono avvenuti comprendendo così non solo quanto avvenuto e quando l’incomprensione è nata e si è fatta strada. Un modo di studiare e leggere la storia senza retorica affinché i valori ed i disvalori verificati diano loro la possibilità di un futuro non labile e non scritto sulla sabbia destinato ad essere cancellato da ogni onda o soffio di maestrale. “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del Ricordo» - così prevedeva la legge del 30 marzo 2004 – al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe. Dall’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e dalla più complessa vicenda del confine orientale”. Sì, perché quanto avvenne sul confine orientale della nostra Penisola interessa quelle terre di lingua italiana da secoli, e che da secoli sono passati di Stato in Stato. Dapprima dominio di Napoleone, poi ancora propaggine adriatica dell’Impero Austro-Ungarico, poi trincea di sangue della Grande Guerra, ed intermezzo nella storia del Regno sabaudo italiano. Infine, al termine della Seconda Guerra Mondiale, teatro della lotta fratricida e dell’eccidio di innocenti la cui unica colpa era quella di essere italiani costretti in ambiti nazionali diversi (Slovenia, Dalmazia, Croazia) determinati dai Patti di Jalta. “Terra di sangue, terra di confine e di tragedie. Terra di esodo, forzato, e di sofferenza, come lo sono tutte le terre di confine in tempo di guerra”, come ebbe a definirle Leo Valiani, nome illustre della nostra Repubblica, triestino di nascita, italiano di adozione che provò sulla propria pelle la crudeltà, le ambiguità e la cattiveria dei diversi totalitarismi che hanno insanguinato il Secolo Breve. L’istituzione del “Giorno del Ricordo” è stato un atto importante e dovuto alle vittime delle foibe e dell’esodo, soprattutto perché è occasione di conoscenza e percorso di superamento di parzialità e risentimenti. La discussione su quanto avvenne dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sul confine orientale è importante perché in questo territorio si sono confrontati i principali drammi del Novecento: la dissoluzione degli imperi multinazionali, i nazionalismi, i totalitarismi, le guerre di aggressione, le persecuzioni razziali, le violenze di massa, gli spostamenti forzati di popolazione, ed infine, le tensioni e le conflittualità legate alla guerra fredda. Una storia finita male, proprio in applicazione dei principi fondanti del nazionalismo, come l'intolleranza nei confronti dell'altro e la concezione perversa secondo la quale la terra che tutti ospita appartenga ad un solo popolo, mentre gli altri vengono considerati ospiti sgraditi, quando non invasori da cui liberarsi ad ogni costo, per via di espulsione, qualora non in grado di assimilarsi rinunciando alla propria cultura. Il dramma delle foibe è stata una pagine brutta della storia europea. Ancora più brutta perché troppo a lungo taciuta, anzi negata. Relegata a effetto collaterale della Seconda Guerra Mondiale, dove l’estremismo titino e stalinista si macchiò delle stesse nefandezze di quei regimi nazisti e fascisti alla cui sconfitta aveva collaborato. Per ritornare al Giorno del Ricordo, della disumana esperienza delle foibe, degli espropri e degli esodi forzati, il Parlamento della Repubblica trovò la forza di rimarginare quella ferita con l’unica medicina possibile: quella della conoscenza e della ricerca della verità. E’ un compito che vogliamo mantenere, perché anche da quella tragedia, passa la costruzione della nostra identità nazionale. Diverso fu l’approccio della nostra Repubblica democratica verso gli stessi problemi vissuti dalle minoranze linguistiche ai confini austro-francesi. Per creare la convivenza di etnie e culture diverse, la Costituzione previde la Regione autonoma della Val d’Aosta e le Province Trento e Bolzano che, almeno le prime due, appianarono senza conflitti i problemi esistenti. Per Bolzano, purtroppo, si dovette affrontare per anni il terrorismo di bande minoritarie che invocavano l’annessione all’Austria. I problemi sloveno-dalmati-croati trovarono una adeguata soluzione con l’istituzione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Il riconoscimento seppur dolente dei sacrifici patiti dai giuliano dalmati in nome della loro italianità, si apre oggi a prospettive nuove per le genti di frontiera. Ciò lo si deve all’adesione di tutti gli Stati coinvolti in quella barbarie, alla Comunità Europea il cui obiettivo è stato e deve essere aprire varchi alla reciproca comprensione, seppure lo sguardo storico rimanga critico e lucido su quanto avvenuto. Criticità e lucidità che provocano comunque la nostra condanna e la nostra commozione. L’identità, infatti, non è statica, ma dinamica in costante divenire e non è monolitica, ma plurale. E’ un tessuto costruito da molti fili e molti colori che si sono intrecciati e riannodati a più riprese nel corso della storia. Quando il fantasma dell’identità porta le relazioni sociali alla materialità del dato etnico, all’omogeneità del sangue, alla lingua parlata o alla religione praticata, allora si apre la via a forme di politica totalitaria e intollerante. Noi oggi ricordiamo, per averlo per ben presente, che il tentativo di rinchiudersi nel concetto di nazione da parte del mondo (Europa compresa), accompagnato da xenofobia e razzismo, possono portare ad un autismo sociale, ad una mancanza di ossigeno vitale, che può far ricrescere l’unica pianta che sopporta l’asfissia, cioè, la barbarie. E ciò che sta avvenendo in questi giorni di terrorismo non può impedirci di guardare al futuro con uno sguardo ed un impegno rivolto alla costruzione della pace. Grazie

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