Interventi

26 Marzo 2018

Per la sinistra

26 marzo 2018 - Saluto alla Fondazione 2000 L’uomo non nasce libero e uguale: la storia e la società sono per loro stessa natura e conformazione ingiuste e diseguali. Sinistra significa lottare nella società per renderla più giusta, perché le ricchezze prodotte non siano ad appannaggio solo di chi sta già bene, ma permettano una giusta crescita di tutta la società.

Significa – come non a caso ci ricorda la nostra Costituzione di cui proprio quest’anno festeggiamo i 70 anni di vita – usare il potere del governo “per rimuovere gli ostacoli” che si frappongono alla costruzione di una comunità giusta, dove ci siano diritti universali riconosciuti a parole e nei fatti a tutte le persone. Questa non è utopia. Questa è la Costituzione della Repubblica italiana, frutto della guerra di Liberazione e dell’impegno di una generazione di donne e di uomini che avevano visto con i propri occhi gli orrori della guerra, della dittatura, delle ingiustizie sociali. E poi di un’altra generazione di donne e di uomini che, dagli anni ’50 agli anni ’70, lottò perché tutta la nostra comunità potesse godere dei diritti civili, politici e sociali che hanno trasformato, in meno di un ventennio, l’Italia uscita dalle macerie morali e materiali della Seconda Guerra Mondiale da un paese sottosviluppato a una comunità tra le più ricche del ricco occidente. Quel “miracolo economico” – che poi sia chiama scuola pubblica obbligatoria, sistema previdenziale pensionistico, Statuto dei Lavoratori, ammortizzatori sociali, sistema sanitario universale pubblico, investimenti in trasporti e cultura – fu fondato su diritti individuali e collettivi ed è nato nel terreno dissodato dalla fatica di tanti, irrigato dal loro sudore e difeso dall’impegno delle forze di sinistra, dei partiti di sinistra. Se in Italia quelle conquiste democratiche e civili sono state difese quando oscure forze nazionali e internazionali hanno provato – con l’ignobile mano del terrorismo e dello stragismo – a precipitare il Paese nel caos per provocare involuzioni reazionarie, lo si deve alla determinazione dei lavoratori e degli studenti italiani e dei loro rappresentanti sindacali e politici. Poi, nella storia di questo Paese, qualcosa si è rotto: l’ascensore sociale si è inceppato, c’è chi, partendo da singoli casi anche oggettivamente veri, ha cominciato a chiamare – anche e soprattutto a sinistra – i diritti con il nome di privilegi. Risultato? Quello che abbiamo sotto gli occhi: una società che si è immiserita, a cui quotidianamente negli ultimi decenni si sono tolti quei diritti duramente conquistati spacciando questo arretramento come “nuove opportunità di crescita”. Senza spiegare come possano ragazzi e ragazze pensare di crearsi una famiglia, costruire un futuro per sè e per la collettività se le regole draconiane del neoliberismo hanno condannato due generazioni di giovani a mendicare – nel settore pubblico come in quello privato – un posto di lavoro, uno stipendio. Per inciso: il termine “precario” deriva dal latino “pregare”. Pregare un posto di lavoro. Nulla di più incostituzionale se si pensa che la nostra Costituzione nel suo articolo uno parla della Repubblica come comunità fondata sul lavoro. Ricordandoci così che il lavoro non è solo salario, ma prima di tutto dignità della persona umana. Per la sinistra questi sono anni, mesi, giorni di travaglio: veniamo da una sconfitta storica, strutturale. Veniamo dal taglio – da molti alfieri del nuovo a tutti i costi voluto, pensato, predicato e attuato senza tentennamenti – del cordone ombelicale con i propri mondi di riferimento: i giovani, gli studenti, i precari, il mondo della scuola, i redditi fissi e tutta quella serie di piccole e medie imprese, artigiani, commercianti le cui condizioni di vita sono oggi assimilabili a forme di sottoproletariato. La sinistra italiana visse già un trauma elettorale. Era il 1994 e quanti pensavano che la crisi del modello di governo democristiano, alimentatosi nelle paure della guerra fredda, ci avrebbe portato a un futuro radioso furono smentiti dai fatti. Alla crisi della Dc e del pentapartito non seguì un governo del popolo, ma una svolta a destra. Molto liberista, per nulla liberale. In quella torrida estate del 1994, un grande filosofo socialista dava alle stampe un libello di grande valore: “Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica”. In poco meno di cento pagine il senatore a vita Norberto Bobbio ci ricordava con semplicità che la sinistra ha un compito storico ben preciso: costruire l’uguaglianza. Non limitarsi, come pure fanno le parti più illuminate del pensiero liberaldemocratico a predicare e affermare l’uguaglianza, ma agire sempre ricordandosi che, scriveva Bobbio “come valore fondante della distinzione tra destra e sinistra, l’eguaglianza è l’unico criterio che resiste all’usura del tempo, alla dissoluzione cui sono stati soggetti gli altri criteri distintivi”. Per la sinistra la sfida è sempre quella: farsi carico dei bisogni della parte meno potente della società e trasformare questi bisogni in risposte. Senza la creazione di falsi miti, senza forme ideologicamente ritardate, il compito della sinistra è quello di costruire, attraverso la forza imperativa della legge e l’esempio quotidiano dei propri dirigenti e amministratori, una società giusta, dove sviluppo e coesione sociale si sappiano coniugare nell’interesse supremo della dignità della persona umana. E’ contrapporre alla cultura dei bonus, delle prebende assistenziali e delle statistiche sul Pil, quella del diritto e del dovere dei lavoratori e dei cittadini. E’ operare perché la parola “responsabilità sociale di impresa” non sia solo uno slogan pubblicitario, ma un impegno concreto. Anche quando significasse il calo dei profitti di borsa. E’ quello di lavorare perché dopo 40 anni dalla rivoluzione conservatrice del teacherismo e del reaganismo economico si denunci finalmente il potere dell'economia sulle persone, di un sistema che trasforma le persone in elementi di un'equazione economica e che non rispetta i poveri ed esclude tutti coloro che non vivono in base al principio della redditività. In questi anni di afasia e di un conformismo che ha cercato di cancellare, anche nel nostro campo, le voci critiche e libere, Fondazione 2000, con le sue attività culturali, le sue “Notti rosse”, il suo impegno per conservare e rilanciare le case del popolo costruite con il sudore e il sacrificio dei lavoratori, le sue pubblicazioni (prima fra tutta la ristampa de “La Costituzione negata nelle fabbriche” di Luigi Arbizzani) ha rappresentato un’oasi di libertà di pensiero e di espressione. E’ stato il serbatoio dei nostri valori, ha custodito il tesoro della nostra storia, il contributo che da sempre la sinistra italiana dà alla vita democratica di questo Paese. E’ stato un percorso nel deserto, spesso guardato con sospetto se non proprio osteggiato dall’idea che i nostri valori fossero buoni solo per riposare nei polverosi armadi della storia. Ora è tempo di ripartire. Con umiltà, senza mai dimenticare che rappresentiamo solo una parte di un paese complesso e composito. Ma che abbiamo compiti e obiettivi ben definiti. Come ci ricordava nella fase crepuscolare della sua vita il senatore a vita Francesco De Martino: “Siamo – scriveva vent’anni fa l’anziano dirigente socialista – entrati in un’epoca nuova, ma le esigenze di liberazione dell’uomo dall’ingiustizia e da ogni forma di servitù sono più vive che mai: il compito della sinistra è quello di non dimenticare mai che essa è per natura difensore della parte più debole del genere umano”.

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