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7 Dicembre 2017

Soukeina Yedehlu. Una storia che conferma perchè dobbiamo sostenere il Popolo Saharawi

"La storia di Soukenia è la dimostrazione del perché l’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna fa bene a sostenere la causa del popolo Saharawi, una realtà laica, democratica dove vengono rispettati i diritti delle donne”.

E’ una Simonetta Saliera commossa e determinata quella che parla dell’incontro avuto oggi a Bologna tra Soukeina Yedehlu, attivista Saharawi e l’intergruppo del Parlamento regionale di amicizia con il popolo del deserto, tra cui Nadia Rossi, Barbara Lori, Antonio Mumolo del Pd, Yuri Torri e Igor Taruffi di Sinistra Italiana, Silvia Prodi del Gruppo Misto-Mdp, e Gabriele Delmonte della Lega Nord. “Sono arrivati all’una e mezzo di notte, io dormivo con mio marito e i miei quattro figli, la più piccola non aveva ancora 5 mesi. Sono saliti direttamente e hanno cominciato a chiamare me. Quando è uscito mio marito gli hanno detto: “Vogliamo solo lei”. Comincia così il racconto di Soukeina Yedehlu, 60 anni, residente a Smara (Sahara Occidentale), una delle attiviste per i diritti umani sahrawi che si è spesa fin dai primissimi anni dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale per sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. Ciò le è costato un caro prezzo: 12 anni della sua vita, passati tra cinque diverse carceri marocchine, di cui 9 anni e dieci mesi nella carcere di Kalaat M’gouna. Il 15 gennaio 1981, quando aveva solo 23 anni, la polizia irruppe in piena notte nella casa in cui abitava a Smara con il marito e i 4 figli (di cui la più piccola di appena cinque mesi), fu bendata davanti ai suoi cari e fu portata in un carcere, dove fu detenuta e torturata per più di dieci anni, senza che i suoi cari avessero alcuna notizia di lei, e senza che lei ne avesse di loro. Le autorità marocchine non riconobbero mai l’arresto, e la famiglia la diede per deceduta al quarto anni di sparizione forzata. “Eravamo – racconta - un gruppo di donne. Una di loro si chiamava Salka Mohamed Boujari. Avrebbe partorito la figlia dopo solo venti giorni. Altre tre donne erano incinte di pochi mesi, e c’era una sposa che non aveva ancora trascorso la prima notte di nozze con suo marito”. Fu liberata, e uscì dall’oblio della sparizione forzata solo il 2 luglio del 1991, in seguito all’attivismo della solidarietà internazionale e agli accordi di pace siglati tra il Fronte Polisario e il Regno del Marocco, che, oltre a prevedere la celebrazione di un referendum di autodeterminazione, prevedevano pure la liberazione di tutti i prigionieri politici arrestati in Sahara Occidentale. Quando tornò alla libertà, la sua vita ne era uscita sconvolta: la famiglia non la cercava più, il marito stava preparando il divorzio, la figlia di cinque mesi era deceduta in seguito a complicazioni alimentari dovute all’assenza del latte materno. Soukeina tentò di superare le difficoltà anche grazie all’attivismo politico in favore dei diritti umani e dell’autodeterminazione del popolo Saharawi, per cui si riattivò nell’organizzazione di manifestazioni di pressione sul governo marocchino e nella denuncia della sua esperienza e delle violazioni dei diritti umani in Sahara Occidentale. “Sono riuscita a superare il trauma perché – spiega la signora – in quel periodo si stava preparando il referendum per l’autodeterminazione. Stavamo per risolvere dei problemi reali. Ho trovato conforto nell’idea che stavamo per godere del frutto dei nostri sacrifici, perché l’indipendenza avrebbe garantito i nostri diritti, subito. Ciò la portò a essere nuovamente arrestata durante una manifestazione, assieme al figlio, neanche un anno dopo la liberazione, nel maggio 1992. “Hanno sottoposto entrambi a torture psicologiche indescrivibili. Mi prendevano bendata e mi costringevano a camminare sopra di lui, dopo che lo avevano picchiato. Mio figlio era buttato a terra, e chiunque passasse gli camminava addosso”, racconta Soukenia che sottolinea come “Durante questa prigionia, se le guardie mi vedevano studiare la torturavano. Le sue richieste in questo periodo erano solo tre: studiare, avere un giudizio giusto e imparziale, ricevere visite famigliari. Il resto, come migliorare le condizioni di alimentazione o ricevere cure mediche, era, a suo dire, ‘secondario’” Una volta uscita dalla prigionia per la seconda volta ha continuato le sue attività di denuncia delle violazioni dei diritti umani subite da lei e da altri attivisti e cittadini sahrawi residenti nel Sahara Occidentale occupato. La sua storia è stata poi recentemente oggetto di trasposizione cinematografica in due diversi documentari: il primo è "Just to let you know that I’m alive" (di E. Zuccalà e S. Ghizzoni, 2014), già proiettato a Reggio Emilia il 5 dicembre 2015, in occasione della Settimana dei Diritti Umani, nel quale il racconto di Soukeina si inserisce nel più generale quadro fornito dalle testimonianze di diverse attiviste Saharawi per i diritti umani, e nel più recente "Soukeina: 4400 dias de noche" (di L. Sipán Bravo, 2017), a lei dedicato.

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